«Il parto mi ha traumatizzato, ma mi vergognavo a parlarne»

trauma da parto

Sarah, una donna inglese, con il suo blog ha aperto il dibattito sul trauma da parto, una condizione di cui soffre circa una donna su tre. Ma che è un argomento di cui si è soliti parlare.

Durante il parto ci sono momenti difficili da superare, scioccanti e altri imbarazzanti, che traumatizzano la neomamma. Ma, se il bambino nasce sano, a quanto pare la mamma non ha nemmeno il diritto di parlarne.

È stata una mamma inglese, di nome Sarah, a sollevare il problema, attraverso un post su un blog molto seguito, «Every mum should know», in cui parla del «birth trauma», ovvero il disturbo da stress legato a traumi ed esperienze spiacevoli avute durante il parto e durante la gestazione. Gli esperti la chiamano Ptsd  e si tratta di un vero e proprio disturbo da stress post traumatico. Una situazione che è comune ai soldati che hanno affrontato la guerra o a chi sopravvive a incidenti e catastrofi. Ma anche le neomamme possono soffrirne, dopo un parto difficile. Provoca ansia, panico, ricordi ricorrenti, incubi, problemi a prendere sonno e a concentrarsi

trauma da parto«Ho avuto un’esperienza di parto terribile – scrive la donna sul suo blog – ma non sono morta. Il mio bambino non è morto. Anzi, è il raggio di sole più luminoso e più felice che abbia mai incontrato. E, quasi due anni dopo, sto ottenendo l’aiuto che mi serviva. E allora, perché dobbiamo parlarne?». E spiega: «Perché il parto non è sempre un’esperienza positiva. Perché far tacere qualcuno che ha subito un trauma non va bene. perché riguarda molte più donne di quante possiamo immaginare. Perché, tristemente, molti casi di trauma si potrebbero prevedere e prevenire. Perché le conseguenze del trauma possono andare oltre quello che si può immaginare. Perché se si conoscono i sintomi del trauma da parto, si può chiedere aiuto».

Secondo la donna il trauma del parto caratterizza una neomamma su tre. «È stato stimato che il 30% delle donne finiscano a vivere questo trauma, indipendentemente dal fatto di riconoscerlo o meno. E non solo dopo casi estremi in cui la madre o il bambino hanno rischiato la morte. Succede anche a quelle che hanno sperimentato parti in cui si sono sentite violate o che non sono state trattate con adeguati livelli di attenzione, dignità e rispetto da parte del personale medico. Senza una cura, continuano ad avvertire gli impatti negativi della loro esperienza più a lungo di quanto sia necessario. Ma la conoscenza è potere. Se sei consapevole, e finisci come succede a una su tre nello spettro del trauma da parto, saprai che non sei sola».

L’esperienza di Sarah ha fatto partire una campagna che si svolge ogni anno, quella dal 14 al 21 agosto ed è chiamata la settimana della «birth trauma awareness», della consapevolezza sul trauma da parto.

Come spiega Sarah, «esprimere sentimenti naturali di tristezza o rabbia per un parto difficile non significa che una donna non sia grata per avere avuto un bambino sano, o l’opportunità di diventare mamma. Niente di tutto questo. Rompiamo il tabù, smettiamo di far provare vergogna alle madri, che devono soffrire in silenzio.Le conseguenze sono troppo gravi perché continuiamo a ignorarle».

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